{"id":2353,"date":"2026-09-03T09:36:26","date_gmt":"2026-09-03T07:36:26","guid":{"rendered":"https:\/\/www.umana-analytics.com\/?p=2353"},"modified":"2026-09-03T10:22:48","modified_gmt":"2026-09-03T08:22:48","slug":"ai-fatigue-quando-lintelligenza-artificiale-stanca-il-cervello","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/www.umana-analytics.com\/en\/ai-fatigue-quando-lintelligenza-artificiale-stanca-il-cervello\/","title":{"rendered":"AI Fatigue: quando l&#8217;intelligenza artificiale stanca il cervello\u00a0"},"content":{"rendered":"<div style=\"height:26px\" aria-hidden=\"true\" class=\"wp-block-spacer\"><\/div>\n\n\n\n<h3 class=\"wp-block-heading\"><strong>La promessa e il paradosso<\/strong>&nbsp;<\/h3>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Negli ultimi tre anni, <strong>l&#8217;intelligenza artificiale<\/strong> generativa \u00e8 entrata nella quotidianit\u00e0 lavorativa con una promessa semplice: liberare tempo, ridurre i compiti ripetitivi, potenziare le decisioni.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">I dati sull&#8217;adozione confermano questa corsa: oltre met\u00e0 della popolazione adulta statunitense utilizza oggi strumenti di AI in qualche forma. Eppure, mentre l&#8217;adozione cresce, un numero crescente di ricercatori sta documentando un <strong>effetto collaterale<\/strong> meno raccontato: le persone che lavorano a stretto contatto con l&#8217;AI riportano stanchezza cognitiva, difficolt\u00e0 di concentrazione, irritabilit\u00e0, sensazione di sovraccarico.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<h4 class=\"wp-block-heading\">Il fenomeno ha ormai un nome riconosciuto in letteratura: <strong>AI fatigue<\/strong>. <br>In questo articolo ne ricostruiamo le basi scientifiche, distinguendo cosa sappiamo con buona evidenza da cosa \u00e8 ancora ipotesi, e proviamo a tradurre la ricerca in implicazioni operative per chi si occupa di organizzazioni e persone.&nbsp;<\/h4>\n\n\n\n<div style=\"height:100px\" aria-hidden=\"true\" class=\"wp-block-spacer\"><\/div>\n\n\n\n<h3 class=\"wp-block-heading\"><strong>Cos&#8217;\u00e8 l&#8217;AI fatigue: dalla percezione diffusa a un costrutto misurabile<\/strong>&nbsp;<\/h3>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Fino a poco tempo fa, l&#8217;<strong>AI fatigue<\/strong> era soprattutto un termine giornalistico, usato per descrivere il disagio genericamente attribuito all&#8217;eccesso di strumenti digitali. Nel 2025 e nel 2026, il costrutto \u00e8 stato progressivamente formalizzato dalla <strong>ricerca accademica<\/strong>.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Una revisione della letteratura pubblicata su *Quality in Sport* <em>(Sosi?ski&nbsp;&amp; Piasecka, 2026)<\/em>, basata su 22 studi condotti tra marzo 2025 e marzo 2026 su popolazioni professionali eterogenee (medici, professionisti IT, operai, impiegati), descrive l&#8217;AI fatigue come una condizione in cui <strong>i lavoratori si sentono stressati dalla tecnologia, sopraffatti dalla quantit\u00e0 di informazioni da gestire, in ansia rispetto alle capacit\u00e0 dell&#8217;AI e affaticati dal doversi adattare continuamente a nuovi sistemi<\/strong>.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Un contributo pi\u00f9 concettuale <em>(Ragolane&nbsp;&amp; Patel, 2025)<\/em> inquadra l&#8217;AI fatigue come un costrutto multidimensionale, che nasce dall&#8217;intreccio tra <strong>tecnostress<\/strong>, sovraccarico cognitivo ed esaurimento emotivo, distinguendolo dal burnout digitale pi\u00f9 generico, pur riconoscendone le zone di sovrapposizione.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il contributo pi\u00f9 citato e mediaticamente rilevante, tuttavia, arriva da uno studio pubblicato su *Harvard Business Review* nel marzo 2026 <em>(Bedard et al., 2026)<\/em>, condotto su 1.488 lavoratori statunitensi a tempo pieno. I ricercatori hanno definito un fenomeno specifico, che hanno chiamato<strong> &#8220;<em>AI brain&nbsp;fry<\/em>&#8220;<\/strong>: affaticamento mentale acuto causato da un uso o una supervisione dell&#8217;AI che eccedono la capacit\u00e0 cognitiva della persona.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">I partecipanti che ne soffrono descrivono una sensazione di <strong>&#8220;ronzio&#8221; mentale<\/strong>, <strong>nebbia cognitiva<\/strong>, <strong>difficolt\u00e0 a concentrarsi, mal di testa e un rallentamento<\/strong> percepito nella <strong>capacit\u00e0 decisionale<\/strong>. Nel campione complessivo, il 14% dei lavoratori che utilizza l&#8217;AI riporta questi sintomi in modo diretto; nei reparti marketing, storicamente pi\u00f9 esposti a un uso intensivo e continuativo di strumenti generativi, la quota sale al 26%.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Un dato interessante emerso dallo stesso studio permette di evitare una lettura semplicistica: chi utilizza l&#8217;AI riporta, in media, **livelli di burnout inferiori** rispetto a chi non la utilizza. I ricercatori interpretano questa apparente contraddizione distinguendo due costrutti diversi: il burnout \u00e8 un esaurimento emotivo e fisico che si accumula nel tempo, mentre il &#8220;brain&nbsp;fry&#8221; \u00e8 un affaticamento cognitivo acuto, legato alla richiesta immediata di attenzione, memoria di lavoro e controllo esecutivo, risorse mentali con una capacit\u00e0 limitata nel breve periodo.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<div style=\"height:100px\" aria-hidden=\"true\" class=\"wp-block-spacer\"><\/div>\n\n\n\n<h3 class=\"wp-block-heading\"><strong>Le radici cognitive, perch\u00e9 il cervello si affatica con l&#8217;AI<\/strong>&nbsp;<\/h3>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Per capire perch\u00e9 l&#8217;uso dell&#8217;AI possa generare affaticamento anche quando &#8220;fa il lavoro al posto nostro&#8221;, \u00e8 utile tornare a un modello teorico non recente ma tuttora robusto, la&nbsp;<em>Cognitive Load Theory<\/em>&nbsp;<em>(Sweller, 1988)<\/em>.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il modello parte da un presupposto semplice: <strong>la memoria di lavoro umana ha una capacit\u00e0 limitata<\/strong>. Quando le informazioni da elaborare simultaneamente superano questa soglia, le prestazioni cognitive non calano gradualmente, ma collassano in modo relativamente brusco.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Applicato al lavoro con l&#8217;AI, questo significa che ogni ciclo di&nbsp;prompting, lettura dell&#8217;output, valutazione della sua correttezza, eventuale correzione e&nbsp;ri-prompting&nbsp;rappresenta un carico cognitivo aggiuntivo&nbsp; (non sostitutivo) rispetto al compito originario. Un filone di ricerca pi\u00f9 recente applicato al software engineering (studio su ingegneri che lavorano con AI assistiva, 2026) descrive concretamente questo meccanismo: quando un compito anche moderatamente complesso genera output AI estesi, con pi\u00f9 varianti e opzioni alternative, il costo cognitivo non sta pi\u00f9 nello scrivere la soluzione, ma nel valutare, filtrare e scegliere tra le opzioni proposte. Cicli ripetuti di valutazione e adattamento degli output aumentano l&#8217;affaticamento mentale e riducono la capacit\u00e0 creativa, anche quando i suggerimenti dell&#8217;AI sono tecnicamente corretti.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">A questo si aggiunge il costo, ben documentato in letteratura sulla produttivit\u00e0 digitale, del&nbsp;<em><strong>task-switching<\/strong>,<\/em>&nbsp;il <strong>passaggio continuo tra strumenti AI diversi<\/strong>, o tra modalit\u00e0 &#8220;io scrivo&#8221; e &#8220;io supervisiono&#8221;, comporta un costo di riorientamento dell&#8217;attenzione che si somma nel corso della giornata lavorativa.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<div style=\"height:100px\" aria-hidden=\"true\" class=\"wp-block-spacer\"><\/div>\n\n\n\n<h3 class=\"wp-block-heading\"><strong>Una cornice pi\u00f9 ampia: il\u00a0technostress\u00a0<\/strong><\/h3>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">L&#8217;AI fatigue non nasce dal nulla: si inserisce in un filone di studi consolidato sul&nbsp;technostress, il disagio psicologico generato dall&#8217;uso di tecnologie digitali sul lavoro.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Il modello di riferimento <em>(Tarafdar &amp;&nbsp;Ragu-Nathan, 2007)<\/em> identifica cinque tecno-stressori distinti:&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>&#8211; techno-overload<\/strong>: la tecnologia costringe a lavorare pi\u00f9 velocemente e pi\u00f9 a lungo&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>&#8211; techno-complexity<\/strong>: la percezione di non possedere competenze sufficienti per gestire la tecnologia&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>&#8211; techno-invasion<\/strong>: l&#8217;erosione dei confini tra lavoro e vita privata&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>&#8211; techno-insecurity<\/strong>: il timore di essere sostituiti da sistemi pi\u00f9 aggiornati o da colleghi pi\u00f9 competenti tecnologicamente&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>&#8211; techno-uncertainty<\/strong>: la sensazione di dover rincorrere aggiornamenti e cambiamenti continui&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">L&#8217;elemento distintivo dell&#8217;AI, rispetto ad altre tecnologie digitali gi\u00e0 studiate in passato, \u00e8 che tende ad attivare simultaneamente pi\u00f9 di questi cinque fattori: \u00e8 percepita come complessa da padroneggiare, richiede aggiornamento costante, genera insicurezza professionale e, con l&#8217;uso di assistenti conversazionali sempre disponibili, tende a invadere anche i tempi extra-lavorativi. Questo aiuta a spiegare perch\u00e9 l&#8217;affaticamento riportato dai lavoratori sia cos\u00ec diffuso e, in alcuni contesti, cos\u00ec intenso.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<div style=\"height:100px\" aria-hidden=\"true\" class=\"wp-block-spacer\"><\/div>\n\n\n\n<h3 class=\"wp-block-heading\"><strong>Oltre l&#8217;ambito lavorativo: cosa mostra la ricerca su apprendimento e pensiero critico\u00a0\u00a0<\/strong><\/h3>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Un secondo filone di ricerca, sviluppato soprattutto in ambito educativo ma con implicazioni dirette anche per il contesto professionale, osserva un possibile effetto di secondo livello: la relazione tra dipendenza dall&#8217;AI e capacit\u00e0 di pensiero critico.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Uno studio su 580 studenti universitari cinesi<em> (Tian &amp; Zhang, 2025, pubblicato su&nbsp;Acta&nbsp;Psychologica)<\/em> ha rilevato che una maggiore dipendenza dall&#8217;AI \u00e8 associata a livelli pi\u00f9 bassi di pensiero critico, e che questa relazione \u00e8 **parzialmente mediata dalla fatica cognitiva**: <strong>un uso prolungato e intensivo di contenuti generati dall&#8217;AI accumula, nel tempo, un costo mentale che si traduce in minore capacit\u00e0 di valutazione autonoma<\/strong>. <br>Lo stesso studio individua un moderatore rilevante: l&#8217;alfabetizzazione all&#8217;AI (AI&nbsp;literacy) attenua l&#8217;impatto negativo sul pensiero critico, ma pu\u00f2, in alcuni casi, amplificare la fatica cognitiva percepita da chi fa un uso comunque molto intenso dello strumento.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Questi risultati non sono direttamente trasferibili al contesto lavorativo adulto senza cautela, il campione \u00e8 studentesco, il contesto \u00e8 educativo,&nbsp;ma offrono un tassello coerente con quanto osservato nei contesti professionali: l&#8217;affaticamento da AI non riguarda solo &#8220;quanto ci si stanca&#8221;, ma potenzialmente anche &#8220;quanto si continua a pensare in autonomia&#8221; mentre la si utilizza.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<div style=\"height:100px\" aria-hidden=\"true\" class=\"wp-block-spacer\"><\/div>\n\n\n\n<h3 class=\"wp-block-heading\"><strong>Le conseguenze organizzative: non solo benessere individuale\u00a0<\/strong><\/h3>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Lo studio di <em>Bedard e colleghi (2026)<\/em> collega l&#8217;AI brain&nbsp;fry&nbsp;a <strong>conseguenze misurabili sul piano organizzativo<\/strong>, un aumento degli errori commessi dai lavoratori, un rallentamento nei tempi decisionali e una maggiore intenzione di lasciare l&#8217;azienda (turnover&nbsp;intention).&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Questi segnali si inseriscono in un quadro pi\u00f9 ampio di ambivalenza diffusa verso l&#8217;AI sul lavoro. Secondo dati <em>Gallup (2026)<\/em>, solo <strong>1 lavoratore su 10 si dichiara pienamente a proprio agio nell&#8217;utilizzare l&#8217;AI <\/strong>nel proprio ruolo. Il <em>Pew&nbsp;Research&nbsp;Center (2025)<\/em>, in un&#8217;indagine su oltre 5.000 lavoratori statunitensi, rileva che il 52% si dice pi\u00f9 preoccupato che fiducioso rispetto al futuro impatto dell&#8217;AI sul proprio lavoro, e circa un terzo riferisce di sentirsi gi\u00e0 sopraffatto dalla sua diffusione.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Va detto con chiarezza: questi dati non indicano che l&#8217;AI, di per s\u00e9, danneggi le organizzazioni. Indicano piuttosto che **l&#8217;attuale modalit\u00e0 di introduzione e gestione dell&#8217;AI** sta generando, in una quota significativa della forza lavoro, un <strong>costo cognitivo e psicologico<\/strong> che raramente viene misurato o preso in carico esplicitamente dalle organizzazioni.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<div style=\"height:100px\" aria-hidden=\"true\" class=\"wp-block-spacer\"><\/div>\n\n\n\n<h3 class=\"wp-block-heading\"><strong>Non \u00e8 un problema dell&#8217;AI in s\u00e9: il ruolo del design del lavoro\u00a0<\/strong><\/h3>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>\u00c8 importante evitare una lettura tecnofobica di questi dati<\/strong>. Una ricerca condotta su oltre 170 tra manager e specialisti di un grande operatore di telecomunicazioni <em>(Kassa &amp; Worku, 2025, pubblicata su *Journal of Open Innovation*)<\/em> mostra che, se adottata in modo consapevole, l&#8217;AI riduce il tempo dedicato a compiti ripetitivi, libera risorse per attivit\u00e0 a maggior valore aggiunto e accresce il senso di controllo e realizzazione personale delle persone. Lo stesso studio individua nella produttivit\u00e0 individuale <strong>l&#8217;anello di congiunzione tra adozione dell&#8217;AI e miglioramento delle performance aziendali<\/strong>.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Messe a confronto, le due linee di ricerca, quella sull&#8217;AI fatigue e quella sui benefici dell&#8217;AI ben progettata, non sono in contraddizione. Suggeriscono piuttosto che l&#8217;elemento discriminante non \u00e8 &#8220;se&#8221; un&#8217;organizzazione adotta l&#8217;AI, ma quanto carico di supervisione, verifica e apprendimento continuo viene scaricato sulle persone, e con quale disegno organizzativo questo carico viene distribuito e gestito.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<div style=\"height:100px\" aria-hidden=\"true\" class=\"wp-block-spacer\"><\/div>\n\n\n\n<h3 class=\"wp-block-heading\"><strong>\u00a0Implicazioni pratiche: cosa possono fare le persone e le organizzazioni\u00a0<\/strong><\/h3>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Sul piano individuale, la letteratura suggerisce alcune direzioni concrete: <strong>limitare il numero di strumenti AI utilizzati in parallelo per uno stesso compito, per contenere il costo cognitivo del task-switching; raggruppare le attivit\u00e0 di verifica degli output in blocchi dedicati, invece di intervallarle continuamente con altre attivit\u00e0; inserire pause reali tra un compito ad alta intensit\u00e0 di supervisione AI e il successivo<\/strong>, per consentire un recupero dell&#8217;attenzione prima che il carico cognitivo si accumuli.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Sul piano organizzativo, i dati suggeriscono priorit\u00e0 diverse rispetto alla semplice espansione degli strumenti disponibili: sequenziare l&#8217;introduzione di nuovi strumenti AI invece di sovrapporre pi\u00f9 iniziative contemporaneamente, riducendo l&#8217;incertezza tecnologica; chiarire le aspettative su quando e come l&#8217;AI debba essere utilizzata, per contenere l&#8217;ambiguit\u00e0 che alimenta lo stress; distribuire in modo intenzionale il carico di supervisione, evitando che si concentri su singole funzioni particolarmente esposte, come emerso per i team marketing nello studio <em>Bedard et al.<\/em>; e, soprattutto, misurare il fenomeno, invece di limitarsi a misurare l&#8217;adozione. Sapere quanto pesa l&#8217;AI fatigue in una popolazione aziendale specifica \u00e8 la condizione necessaria per poterla gestire, prima che si traduca in errori, cali di produttivit\u00e0 o uscite volontarie.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<div style=\"height:100px\" aria-hidden=\"true\" class=\"wp-block-spacer\"><\/div>\n\n\n\n<h3 class=\"wp-block-heading\"><strong>Verso un&#8217;adozione sostenibile\u00a0<\/strong><\/h3>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><strong>L&#8217;intelligenza artificiale non sta sostituendo il cervello umano<\/strong>: lo sta sottoponendo a un tipo di carico nuovo, con caratteristiche in parte diverse da quelle a cui i modelli di stress lavorativo tradizionali erano abituati. La ricerca degli ultimi due anni comincia a fornire strumenti concettuali solidi, dal&nbsp;technostress&nbsp;alla Cognitive Load Theory, fino ai costrutti pi\u00f9 recenti come l'&#8221;AI brain&nbsp;fry&#8221;, per leggere questo fenomeno con precisione, invece di trattarlo come un generico &#8220;stress da tecnologia&#8221;.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Per le organizzazioni, <strong>la sfida del 2026<\/strong> non \u00e8 scegliere se adottare l&#8217;AI, ma progettarne l&#8217;adozione tenendo conto della capacit\u00e0 cognitiva reale delle persone che dovranno utilizzarla ogni giorno. \u00c8 esattamente il tipo di lettura che, in Umana-Analytics, cerchiamo di rendere misurabile: non affidarci a percezioni generiche, ma trasformare fenomeni come l&#8217;AI fatigue in indicatori osservabili, utili a orientare decisioni organizzative reali.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<h2 class=\"wp-block-heading\">Vuoi capire come misurare l&#8217;impatto dell&#8217;AI sul benessere e sulla produttivit\u00e0 della tua organizzazione? <br>Parliamone.&nbsp;<\/h2>\n\n\n\n<div style=\"height:100px\" aria-hidden=\"true\" class=\"wp-block-spacer\"><\/div>\n\n\n\n<h5 class=\"wp-block-heading\"><strong>Bibliografia<\/strong><\/h5>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">&#8211; Bedard, J., Kropp, M., Hsu, M., Karaman, O., Hawes, J., &amp; Kellerman, G. (2026).&nbsp;When&nbsp;Using AI Leads to &#8220;Brain Fry&#8221;. Harvard Business Review.&nbsp;https:\/\/hbr.org\/2026\/03\/when-using-ai-leads-to-brain-fry&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">&#8211;&nbsp;Sosi?ski, P., &amp; Piasecka, N. (2026). AI Fatigue and&nbsp;Mental&nbsp;Health&nbsp;Implications: A Comprehensive Literature Review. Quality in Sport, 55, 70890.&nbsp;https:\/\/doi.org\/10.12775\/QS.2026.54.70890&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">&#8211;&nbsp;Ragolane, M., &amp; Patel, R. (2025). Too Much, Too Fast:&nbsp;Understanding&nbsp;AI Fatigue in the Digital Acceleration Era.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">&#8211;&nbsp;Sweller, J. (1988). Cognitive load&nbsp;during&nbsp;problem&nbsp;solving:&nbsp;Effects&nbsp;on learning. Cognitive Science, 12(2), 257\u2013285.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">&#8211; Tarafdar, M., Tu, Q.,&nbsp;Ragu-Nathan, B. S., &amp;&nbsp;Ragu-Nathan, T. S. (2007). The impact of&nbsp;technostress&nbsp;on&nbsp;role&nbsp;stress and&nbsp;productivity. Journal of Management Information Systems, 24(1), 301\u2013328.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">&#8211; Tian, J., &amp; Zhang, R. (2025).&nbsp;Learners&#8217; AI&nbsp;dependence&nbsp;and&nbsp;critical&nbsp;thinking: The&nbsp;psychological&nbsp;mechanism&nbsp;of fatigue and the social buffering&nbsp;role&nbsp;of AI&nbsp;literacy. Acta&nbsp;Psychologica, 260, 105725.&nbsp;https:\/\/doi.org\/10.1016\/j.actpsy.2025.105725&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">&#8211; Kassa, B. Y., &amp; Worku, E. K. (2025). The impact of&nbsp;artificial&nbsp;intelligence on&nbsp;organizational&nbsp;performance: The&nbsp;mediating&nbsp;role&nbsp;of&nbsp;employee&nbsp;productivity. Journal of Open Innovation: Technology, Market, and&nbsp;Complexity.&nbsp;https:\/\/doi.org\/10.1016\/j.joitmc.2025.100474&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">&#8211; Gallup (2026). State of the Global&nbsp;Workplace.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">&#8211; Pew&nbsp;Research&nbsp;Center (2025). U.S. workers are more&nbsp;worried&nbsp;than&nbsp;hopeful&nbsp;about&nbsp;future AI use in the&nbsp;workplace. https:\/\/www.pewresearch.org\/social-trends\/2025\/02\/25\/u-s-workers-are-more-worried-than-hopeful-about-future-ai-use-in-the-workplace&nbsp;<\/p>","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La promessa e il paradosso&nbsp; Negli ultimi tre anni, l&#8217;intelligenza artificiale generativa \u00e8 entrata nella quotidianit\u00e0 lavorativa con una promessa semplice: liberare tempo, ridurre i compiti ripetitivi, potenziare le decisioni.&nbsp; I dati sull&#8217;adozione confermano questa corsa: oltre met\u00e0 della popolazione adulta statunitense utilizza oggi strumenti di AI in qualche forma. 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